Dogville: un messaggio che va oltre l’estetica


 Dogville è una pellicola del 2003 della durata completa di 177 minuti (135 la versione cinematografica italiana) diretta dal regista danese Lars Von Trier.

Presentata in concorso alla 56 edizione del Festival di Cannes, l’opera è il primo capitolo della dilogia USA-Terra delle Opportunità, al quale è seguito il secondo capitolo nel 2005 con il titolo di Manderlay.

Lasciatemi dire, per cominciare, che il film è tra le opere più strane e particolari che abbia mai visto.

Tutta la vicenda si svolge nell’isolata piccola cittadina di Dogville, costruita di fianco ad una miniera d’argento abbandonata sulle Montagne Rocciose che vanno dagli Stati Uniti sino al Canada.

La location del film è ridotta all’osso in ogni sua scenografia dove la messa in scena risulta turbante ad un primo impatto, ma che col passare dei minuti diviene una scelta stilistica unica, risaltando la narrativa e la teatralità dell’opera.

Gli attori aprono porte che danno sul vuoto in case non circondate da pareti, delineate da sole sagome disegnate per terra, simulando le normali attività quotidiane, spesso senza l’utilizzo fisico di un oggetto.

Si vede una donna sforzarsi di tirare giù una fune che darà modo ad una campana inesistente di riecheggiare per le vie del paesino, suono che però effettivamente arriva.

Mentre i bambini giocano con la palla nel cortile di casa, ecco che il loro cane incomincia ad abbaiare forse per la fame o per il semplice giubilo, peccato però che il cane sia solo disegnato per terra.




Insomma, con questa premessa narrativa, il regista danese propone un racconto come solo lui sa fare mentre dalle tenebre, che fanno da sfondo e da cui lo spettatore viene paurosamente avvolto, ecco sbucare fuori Grace, la nostra terrorizzata protagonista inseguita da dei gangster.

La storia prosegue prendendosi il suo tempo per far conoscere al pubblico la “brava gente di Dogville” attraverso la sua protagonista.

Soccorsa da un abitante del posto, Tom Edison Jr, la giovane, interpretata dalla talentuosa Nicole Kidman, afferma di stare cercando riparo in un posto sicuro poiché alle sue calcagna vi è un gruppo di criminali che la sta cercando in ogni dove. Subito il giovane dal cuore nobile si proroga affinché ella possa venire accettata nella cittadina, assicurandole un letto al coperto ed un pasto caldo.

Certo è però che la gente del posto è tanto buona quanto malfidente; con un accordo tramite votazione si stabilisce che Grace può restare a vivere a Dogville, purché si occupi di soddisfare le esigenze lavorative o di semplice compagnia degli abitanti, magari guadagnandosi qualcosa.

Insomma tutto sembra essere rose e fiori e la vita continua a scorrere tranquilla tra le montagne.



Le cose col tempo però iniziano a farsi sempre più complicate e per la nuova arrivata inizierà a girare male.

Ecco quindi che Von Trier comincia la sua analisi dell’animo umano, corrotto e perverso, che come una cancrena sembra aver avvelenato ogni abitante di quello che pare uno qualunque di quei paesini fuori dal mondo.

La pellicola è tanto ammaliante quanto complessa: il cast composto da stelle del cinema regala interpretazioni magnifiche nella caratterizzazione di personaggi egregiamente elaborati, portando in scena ogni aspetto sopito e oscuro di ognuno di loro.

Con il passare del tempo, sia reale che narrativo, il bel paesino diviene sempre più un’arida terra popolata da animali affamati, non di cibo ma bensì del prossimo. Grace diviene la vittima di abusi fisici e psicologici, inizialmente accettati per non mancare di rispetto a chi le ha salvato la vita ed in seguito avidamente ricattata.

Ognuno di loro la pugnala alle spalle e l’umiliazione più grande che una persona possa ricevere viene messa a nudo in uno “spettacolo” raccapricciante per la mente. Noi stessi empatizziamo con la protagonista quasi riuscendo a provare, in maniera tangibile, la sofferenza che è costretta a trascinarsi dietro, come una catena di pesante metallo.

Dopo ore ad assistere ad immani agonie si cerca la speranza, che arrivi una luce calda a scaldare la fredda e grigia vita di Grace.

L’opera esplode infine nel suo atto conclusivo dove l’apatica purificazione sembra essere l’unica salvezza per l’anima di una cittadina qualunque destinata al baratro infernale.



Il regista danese si sa che non è tipo da andare per il sottile e Dogville, così come il suo tipo di fare cinema, può essere o amato e compreso o, per me ingiustamente, disprezzato nonostante l’eccesiva misantropia e possibile nichilismo che pervade tutto il film.

Egli con l’esempio di Dogville vuole prendere in analisi quella che potrebbe essere una vita, un quartiere o un paese qualunque del mondo; in ogni dove, anche dietro dei sorrisi gentili, può nascondersi il seme dell’arrivismo e dell’egoismo.

Resta solo a noi, infine, decretare tali azioni giuste o sbagliate e scegliere quella che sia la strada migliore per noi stessi, quella dell’altruismo o quella dello sfruttamento.


Di Mario Penniello


"Se c'è un paese senza il quale il mondo vivrebbe meglio,

è proprio Dogville"

- Grace -



 

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