Freaks Out: il circo di Mainetti riporta i "supereroi" in Italia
Freaks Out è una pellicola del 2021 diretta dal regista romano Gabriele Mainetti della durata di 141 minuti.
L’opera arriva nelle nostre sale dopo una gestazione lunga, dovuta anche a dei ritardi causati dallo scoppiare della pandemia da COVID-19, dopo la sua presentazione al pubblico durante l’edizione del 2019 del Torino Film Festival.
Il film è il secondo lungometraggio diretto da Mainetti che nel 2015 fece parlare di sè portando a casa ben 7 David di Donatello, presentandosi al mondo, con “Lo chiamavano Jeeg Robot”, opera a metà strada tra il genere supereroistico ed uno spaghetti western moderno in salsa gangster.
Ma di cosa tratta esattamente Freaks Out?
Incrociando un war movie alla già trattata tematica del film di supereroi, questa volta più in stile X-Men, la trama si svolge nella Roma del 1943 assediata dall’occupazione nazista in piena seconda guerra mondiale.
Ad inizio visione veniamo accompagnati ad assistere allo spettacolo del circo di Israel, carismatico ed enigmatico uomo di origine ebraica, dove qui ci vengono mostrati quelli che saranno, in maniera più o meno corale, i nostri protagonisti.
Questi fantastici 4 sono una “famiglia” di esseri speciali con doti e capacità sovrumane; i cosiddetti fenomeni da baraccone che trovano solo nello spettacolo un posto in cui essere realmente accettati ed amati.
Matilde è una ragazzina di 16 anni al cui interno vi è racchiuso un enorme potere elettrostatico, pericoloso anche al semplice contatto.
Rimasta orfana, entra a far parte della piccola compagnia circense divenendo la protetta di Israel, trovando in egli una figura paterna a cui legarsi.
A seguire abbiamo Cencio, un ragazzo spaventato dalle api ed in parte dalla vita; in grado di controllare a proprio piacimento tutti gli insetti, nutre una sorta di amore/odio nei confronti dell’unica ragazza del gruppo, nonché sua coetanea.
Mario è un uomo, affetto da nanismo, la cui abilità lo rende in grado di attrarre a sé tutti gli oggetti metallici. Questa sorta di calamita umana rappresenta un vero collante in grado di tenere, con la sua innocenza e simpatia, unito tutto il gruppo anche sullo schermo.
Infine c’è Fulvio che è un po’ il leader del gruppo; un uomo ricoperto di peli dalla testa ai piedi ed in possesso di una forza sovrumana. Sembra egoista ma in lui tutti vedono il loro punto di riferimento ed una guida per il viaggio che presto dovranno affrontare.
Nonostante la poca visibilità del viso, anche qui Claudio Santamaria, ex Hiroshi del precedente film, riesce ad ammaliare con una interpretazione ottima, così come quella di tutto il resto del cast, alzando l’asticella qualitativa e gli elementi positivi di cui l’opera è ricca.
Dopo un inizio così piacevole e magico, il regista non tarda però nel rammentare allo spettatore il contesto storico e sociale in cui ci si trova.
Una bomba esplode, la morte dilaga ed ecco che i toni delicati ed i colori caldi lasciano spazio al freddo ed al grigiore della guerra e della morte.
Rimasti senza circo e senza denaro, i nostri eroi tenteranno la fortuna entrando a far parte del Zirkus Berlin, enorme circo tedesco gestito da Franz, un folle nazista con sei dita per mano e guidato da fanatici sogni.
Sul cammino verso un futuro meno incerto, ai nostri eroi non mancheranno imprevisti e momenti in cui saranno divisi e persi, guidati soltanto dalla speranza di trovare un nuovo posto da chiamare casa.
Con una durata così prolissa la carne al fuoco non manca ad arrivare e qualche difetto inizia a risaltare all’occhio.
Il regista riesce, con una regia più che eccellente, a mettere in scena il racconto di cui egli voleva farci dono. Tra scene di guerra che raggiungono momenti di violenza inaspettati e la prigionia del popolo ebraico, il clima di tensione non tarda ad arrivare.
Mainetti però riesce ad alleggerire il carico di stress visivo che contraddistingue un war movie gestendo, con un ritmo che tiene saldamente attenti, attimi di confort, scene pazzesche ed idee narrative sorprendenti, tra cui un geniale espediente in particolare.
Gli effetti speciali ci riportano nel contesto del cine-comic ed il budget stanziato mostra i suoi più che soddisfacenti frutti esplodendo in un finale emotivamente carico di ogni qualsivoglia emozione.
Il dialetto romano diviene un elemento tanto irriverente quanto intimo che ricorda l’italianità del prodotto rendendoci fieri di assistere ai nuovi talenti, alle nuove opere, che stanno sempre più prendendo spazio dal nostro “Bel Paese” sino a livello internazionale.
Ma il regista romano di certo non si ferma qui.
Siamo in Italia e siamo in guerra, ci vogliono i partigiani. Compaiono e fanno la loro figura sul campo di battaglia mietendo vittime tedesche e salvando uomini, donne e bambini altrimenti destinati ad una fine atroce. Un manipolo di storpi guidati dal Gobbo, Max Mazzotta, che diverte con il loro modo rozzo di fare, guidati dal desiderio di libertà.
Insomma quando si hanno così tanti elementi ed una durata così elevata ci si domanda se non vi si potesse aggiustare determinati elementi e ridurre la tempistica, evitando difetti evidenti. La durata eccessiva in sé già è uno degli elementi più a sfavore della storia, poiché essa risulta diluita in maniera evidente e con poche evoluzioni importanti dal punto di vista dei suoi protagonisti.
Infine proprio i personaggi principali, per quanto in una storia corale, non subiscono tutti lo stesso trattamento, restando in disparte e lasciando le luci della ribalta alla giovane Matilde ed al villain, Franz.
Mentre la ragazzina infatti è l’unica ad avere un vero processo evolutivo sviluppato, evidente e riconducibile a tutto di quanto assistito, il nostro pianista tedesco spicca in maniera assai peculiare, indice di come Mainetti abbia talento nella scrittura dei suoi personaggi, in particolar modo per gli antagonisti. Basti pensare al personaggio dello Zingaro e di come esso risultasse ammaliante sia in scena che sulla carta.
Franz, a differenza del personaggio interpretato dal bravissimo Luca Marinelli, rappresenta un qualcosa di molto simile quanto diverso. Guidato da un forte patriottismo egli si cimenta nella ricerca di esseri speciali da donare al Fuhrer come super soldati atti a vincere la guerra, nel disperato tentativo di soddisfare il suo bisogno di sentirsi importante, più come uomo e soldato che come zimbello da circo.
Tra tutti, infatti, Franz è colui la cui storia riceve il trattamento migliore risultando, in alcune sequenze, quasi il vero protagonista dell’intero film.
Freaks Out è infine un opera artistica che non si può certo lasciarsi sfuggire; per quanto la ritenga inferiore, di pochissimo, al precedente lavoro di Mainetti, essa rappresenta un omaggio al cinema e all’amore per quest’arte citando, in vari elementi, alcuni dei suoi più vasti generi.
Un racconto fatto di coraggio, amore e tristezza che regala una versione in chiave “fantasy” del nostro paese, riuscendo a farci distogliere lo sguardo, a donare un po’ di colore ed un po’ di calore, anche solo per un attimo, all’arida terra rasa al suolo dalla guerra.
Di Mario Penniello
Tu c'hai un dono ragazzì
- Israel -




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